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42 anni fa uccidevano Walter Tobagi: come siamo usciti dal terrorismo

28 maggio 1980: un commando terroristico della Brigata XXVIII marzo uccide a Milano il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi, 38 anni, già presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, esempio di quel giornalismo che “vuole capire per poter spiegare”. Proprio sul terrorismo, “tutto il contrario della sua cristianità e del suo socialismo” (Giampaolo Pansa), Tobagi ha diffusamente scritto seguendo con rigore e coraggio le vicende degli anni di piombo: viene ucciso perché con la sua penna ha scavato sotto la coltre di violenza che ammanta l’ideologia estremista di sinistra. C’erano gli eroi come Dalla Chiesa e Walter Tobagi. E chi strizzava l’occhio ai terroristi rossi. Per l’occasione vi proponiamo il pezzo scritto da Danilo Breschi per CulturaIdentità (Redazione).

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Tra il 1° gennaio 1969 e il 31 dicembre 1987 le vittime del terrorismo furono 491, i feriti 1181 e 14591 gli atti di violenza “politicamente motivati” contro persone e cose. Nel periodo di maggiore virulenza, tra il 1976 e il 1980, gli atti di violenza furono 9673, quindi una media di cinque episodi al giorno. Nel solo 1979 gli atti eversivi furono 2513, il che significa che la media toccò quota sette azioni di violenza politica ogni 24 ore. Nei soli primi tre mesi del 1980 si ebbero 437 attentati e atti di violenza politica, tanto che da gennaio a marzo furono assassinate 27 persone, ferite 94 e 340 i danneggiamenti alle cose.

Insomma per circa diciotto anni l’attentato è stato una componente costante della vita pubblica nazionale. Ancora nel 1988 si ebbe l’assassinio del senatore democristiano Roberto Ruffilli e tra 1999 e 2003 gli omicidi di D’Antona, Biagi e l’agente Emanuele Petri ad opera delle “nuove Br”.

Il fenomeno terroristico si palesò tra il 1969 e il 1973, seppure nella confusione e nell’incertezza su mandanti ed esecutori, dividendosi spesso su natura spontanea ed autonoma oppure artificiale ed eterodiretta di stragi, sequestri e attentati. Con ministro dell’Interno Taviani e della Difesa Andreotti, nel maggio del 1974 fu creato il primo nucleo antiterroristico all’interno del corpo dei carabinieri per iniziativa del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Questi colse l’aspetto più pericoloso e destabilizzante per le istituzioni dello Stato e la loro tenuta democratica: la “zona grigia”, quell’ampia rete di relazioni e contatti, simpatie e appoggi più o meno concreti, che circondavano il fenomeno della lotta armata. Come si comprende dalle memorie del maresciallo Antonio Brunetti (I 31 uomini del Generale, 2018), gli italiani di ieri e di oggi devono moltissimo a Dalla Chiesa e al suo ristretto nucleo di fidati collaboratori, un drappello di trentuno servitori dello Stato che seppero entrare nella testa dei terroristi, “pensare come loro”, penetrarne le logiche di ragionamento e di azione e così progressivamente sgominarli. L’anno successivo, il 22 maggio 1975, venne approvata la cosiddetta legge Reale, dal nome dell’esponente del PRI, ministro di Grazia e Giustizia nel IV governo presieduto da Aldo Moro. La legge sanciva il diritto delle forze dell’ordine a utilizzare armi da fuoco quando strettamente necessario anche per mantenere l’ordine pubblico. revedeva l’estensione anche in assenza di flagranza di reato del ricorso alla custodia preventiva, misura prevista in caso di pericolo di fuga, possibile reiterazione del reato o turbamento delle indagini. Si potevano effettuare fermi preventivi di quattro giorni, entro i quali il giudice doveva poi decretare la convalida. Fu ribadito che non si potevano utilizzare caschi o altri elementi che rendessero non riconoscibili i cittadini, salvo specifiche eccezioni.

Nel 1982 sarebbe poi giunta la legge sui pentiti che contribuì in modo decisivo a scardinare un movimento terroristico che stava mostrando i primi segnali di incertezza e debolezza, di fronte ad una società in via di profonda transizione post-ideologica.

La prima crepa dentro la vasta area di simpatie e sostegno attivo al movimento terroristico si ebbe con l’uccisione da parte delle Br dell’operaio e sindacalista comunista Guido Rossa a Genova nel gennaio 1979. Il coraggio nel denunciare un collega affiliato alle Br gli costò la vita.

Altro esempio di eroe della nostra democrazia. Proprio quella ultradecennale, travagliata vicenda, piena di violenze e lutti, nonché i suoi prolungati strascichi, induce ad una necessaria riflessione contemporanea. Tra le pieghe della società italiana è circolata a lungo una mentalità refrattaria al senso dello Stato, un’attitudine psicologica anti-istituzionale, permeabile a culture politiche antisistema e apertamente eversive. La tattica adottata fu quella di una risposta graduale, tesa a non alimentare questa temperie ideologica, che una reazione più rapida, diretta e massiccia avrebbe probabilmente finito per convalidare. La scelta dei vertici della Dc e dei suoi alleati seppe tener conto della tesi brigatista, e dell’intero terrorismo di sinistra, che era poi quella dell’antica tradizione anarchico-rivoluzionaria, e poi terzinternazionalista, secondo cui lo Stato “borghese” ha un’essenza autoritaria, un volto “fascista”, che mostra solo se aggredito, nel qual caso si spoglia della maschera legalitaria e garantista rivelandosi per ciò che è, uno Stato di polizia. A ciò si associò una frazione importante della cultura cattolica più radicale, anticapitalistica e terzomondista. Va detto che il mondo della stampa non brillò all’epoca, comprese testate tradizionalmente distanti dall’estrema sinistra. Si avallò a lungo la formula delle “sedicenti” Brigate Rosse, preferendo far rientrare la crescente azione eversiva del terrorismo rosso nelle cosiddette “trame nere”, come se tutto fosse riconducibile a servizi segreti più o meno deviati. La formula “né con lo Stato né con le Br” espresse e sintetizzò tristemente una fase non breve di isolamento di chi operò anche a costo della propria vita per contrastare il fenomeno. Ci furono però anche lodevoli eccezioni e persino vittime del terrorismo tra i giornalisti, come Carlo Casalegno e Walter Tobagi.

Proprio la stagione del terrorismo e le modalità con cui ne uscimmo ci suggeriscono alcune considerazioni su pregi e difetti del sistema politico della Prima Repubblica che, sotto molti aspetti, si è protratto sino ad oggi. In primo luogo l’Italia, come e più di altre nazioni europee, deve molti dei successi della propria storia politica all’intelligenza e abnegazione di autentici servitori dello Stato, come Carlo Alberto dalla Chiesa. Il suo stesso nome, ironia della storia, rievoca quello spirito risorgimentale che è filtrato tra le generazioni di uomini e donne che hanno contribuito a creare lo Stato nazionale e a preservarlo di fronte a immani sciagure. In secondo luogo buona parte della fase della Prima Repubblica che va dal centrosinistra in poi si è contraddistinta per una riposta della classe politica sempre più povera di atti di governo coraggiosi e incisivi per evitare l’impopolarità, preferendo modelli distributivi privi di altra strategia che non fosse quella di attutire la conflittualità.

Fu questa la linea prediletta dalla DC morotea e andreottiana, con o senza il sostegno del PCI, che sul punto era però sostanzialmente convergente. Strategia che consentì alla maggioranza silenziosa di riprendere fiato e alla società italiana di riassorbire e spegnere negli anni Ottanta l’alta tensione ideologica innescatasi a fine anni Sessanta. Si esaurì l’opzione terroristica, anche per implosione del mondo comunista, ma restò il sottofondo culturale sensibile all’estremismo, che si sarebbe tramutato in antipolitica, giustizialismo e populismo tra anni Novanta e Duemila.

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