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A scuola guardavo il manuale di letteratura e vedevo giganti. Al nozionismo preferivo i sonetti

di Barbara Pettirossi

La scuola del nuovo millennio. Luogo vissuto in presenza, con il minimo di cuore.

Da dove partire? Potrei partire dalla Lettera a una professoressa di don Milani, oppure dal Diario di scuola di Pennac, oppure da un ricordo del liceo: il Manuale di letteratura italiana. Leggendo l’intervista a Luciano Canfora sul Fatto Quotidiano – “Leggere e capire sono l’altra faccia del saper pensare” – mi ha colpito il riferimento a questo testo, e per associazione di idee ho ripensato a quello del quinto anno: un mattone di centinaia di pagine, sottili e piene di paroloni e concetti difficili, giustapposti in modo da formare una fitta maglia di segni che non lasciava spazio a considerazioni personali; perché solo a sfogliarle, quelle pagine, avevi la sensazione che si ergessero come giganti sapienti dallo sguardo austero, di fronte ai quali non potevi che sottometterti e considerare le tue idee semplici quisquiglie.

Si dava il caso, però, che di tanto in tanto – dopo la panoramica sul contesto storico, dopo la biografia minuziosa dell’autore, sulla sua poetica, e dopo i molteplici collegamenti eruditi – inciampassi nei testi dei protagonisti della letteratura italiana. Un sonetto di Leopardi era così circondato da un tale vasto profluvio di commenti, da farti dubitare che la sua arte fosse un bluff di fronte alla sapienza di cotanto apparato critico.

Avevi allora varie possibilità: iniziare a studiare le cinquanta pagine prima di arrivare al sonetto; leggere il sonetto e poi le cinquanta pagine; chiudere il libro e ricorrere ai compendi; chiudere il libro e basta, predisponendo microscopici pizzini da incollare sotto l’astuccio, sul bordo del banco, sullo schienale della sedia del compagno di fronte, ovunque fosse possibile raggiungere con la vista quella scrittura invisibile a chi avesse superato i quaranta, ma ancora accessibile a un diciassettenne. Oppure, altra ipotesi, raccogliere velocemente qualche informazione di contorno, saltare a piè pari le cinquanta pagine con irriverenza, per tuffarti senza ripensamenti nel sonetto di Leopardi.

La sfida era quella di costruire, su quell’unico testo esile ma almeno originale, il tuo discorso per l’interrogazione, il tema o qualsiasi altra diavoleria messa in piedi dal Ministero dell’Istruzione. Dopo la decima lettura – perché la rilettura ha l’effetto di colmare gli spazi vuoti, come una vernice stesa più e più volte su un muro – iniziavi ad accorgerti del suono delle parole, a vedere le immagini evocate, fino a riconoscere le tue stesse emozioni. Scoprivi che un sonetto di Leopardi al momento giusto può cambiarti la vita, in meglio. Così, quella piccola esperienza di lettura autonoma, senza un esuberante nozionismo, apriva alla curiosità. Altri scrittori, altri libri, altre scoperte: le parole necessarie per rielaborare ed esprimere idee nuove.

Forse è proprio questo che manca a una scuola che ambisce a sfornare eccellenze: l’emozione e l’audacia di osare sperimentare. Leggere è sperimentare un testo, le variazioni di stile, di linguaggio, di pensiero. Scrivere è sperimentare il modo in cui un’idea prende la forma delle parole.

Forse per gli studenti di oggi “cultura” è sinonimo di “raccolta di informazioni”, un sapere-oggetto tanto vasto quanto volatile, sottoposto alla regola della partita doppia: debiti e crediti scolastici. Mentre, la conoscenza passa attraverso il cervello, il cuore e le viscere. Non si fissa solo nella mente, ma deve fissarsi nel corpo per diventare parte di noi. Lo sanno bene i regimi totalitari, che sfruttano questo tipo di formazione, per radicare il proprio punto di vista aberrante nelle persone.

Peccato, invece, che la democrazia, oggi tutta intenta alla catalogazione statistica in funzione di un modello di efficienza forse troppo sopravvalutato, perda l’occasione di migliorare le condizioni – la scuola pubblica – perché l’istruzione sia il luogo di formazione prima di tutto di individui liberi e pensanti, senza il secondo fine del controllo e del potere.

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L’articolo A scuola guardavo il manuale di letteratura e vedevo giganti. Al nozionismo preferivo i sonetti proviene da Il Fatto Quotidiano.

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