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ASPRINIO E ALBERATE: LA RICCHEZZA DI AVERSA

Se lo tramandavano di padre in figlio: sollevare lo scalillo, trasportarlo con un equilibrio assorbito per eredità, poggiarlo sulla parete vitata e arrampicarvisi sopra, incastrare il ginocchio nell’intreccio dei tralci e lavorare la vigna, quella vigna alta fin anche 15 metri e maritata al pioppo o, più raramente, all’olmo. L’Alberata Aversana è un fatto di cultura, una tradizione elevata a patrimonio. Nel regno dell’Asprinio la vita agricola ruota intorno all’eroismo di coltivare la vigna ad alberata, da 2000 anni a questa parte. Facevano così i contadini di un tempo, ad Aversa, e lo insegnavano ai loro figli, ai loro nipoti. Perché coltivare l’Asprinio con il sistema di allevamento ad Alberata era motivo di orgoglio, era affermazione di appartenenza a quella terra e primeggiava in importanza e valore su qualunque altro criterio di produttività.

Alberata Aversana, sì. Ma, forse, sarebbe meglio parlare di Alberate Aversane, poiché non ne esiste una uguale all’altra e trovare una definizione omogenea è molto difficile. Si presenta come una parete, una palizzata, dove la potenza della vite è lasciata esprimere con una spontaneità e una potenza ormai rare da trovare nella contenitiva viticoltura moderna. Qui la vite domina, prospera senza costrizioni. Lei si abbarbica ai suoi pali naturali e si arrampica prendendosi la sua tela d’aria, una fetta di cielo raggiungibile solo tramite lo scalillo. Questo, lo scalillo, null’altro è che una scala in legno, stretta e lunghissima, personalizzata in base alle esigenze di ogni vignaiolo. Trasportarla è già abilità di pochi, poiché gli scalilli seguono l’altezza delle alberate che, come s’è detto, non sono mai inferiori ai 6 metri e possono toccare anche i 15. Per spostarla da un punto all’altro della parete il vignaiolo può poggiarsela sulla spalla, parallelamente al suolo, e reggerla con una mano, oppure può essere tenuta davanti al corpo afferrandola con entrambe le braccia; o ancora, viene sorretta con le due mani e accostata sull’orecchio. Quello che accomuna tutti e tre i metodi, chiamati rispettivamente “a Spalla”, “a Breccia” e “a Rrecchia”, è un innato, finissimo e meraviglioso senso dell’equilibrio.

Ogni minimo gesto da condurre in vigna è frutto di una forma d’arte, che sarebbe scomparsa in nome dell’ottimizzazione produttiva se solo questa terra non fosse animata da un amore profondissimo per le tradizioni. Fu proprio questo attaccamento a spingere gli aversani a proseguire con la coltivazione ad alberata, a tutelarla, a tramandarla, a volerla inserire a buon diritto in un corredo culturale da raccontare e mostrare al pari di tutte le altre bellezze campane. Ed è sempre per questo che, nel 2019, la Vendemmia Eroica delle Alberate Aversane è stata iscritta all’Inventario del Patrimonio Immateriale della Regione Campania, dirigendosi ora verso il sogno UNESCO, culla di meraviglie di cui l’umanità non può privarsi.

Principe di questa terra è l’Asprinio di Aversa, probabilmente il vino con il tratto d’acidità più marcato di tutta Italia. Ottenuto da uve Asprinio – in quota minima dell’85% – coltivato nelle province di Napoli e Caserta – l’Asprinio di Aversa si presenta in versione spumante e bianco fermo. Fil Rouge varietale, riscontrabile in entrambe le tipologie di vinificazione, è la freschezza tesa, tagliente, cesello di un sorso verticale e fatto per spronare la beva. Trova il suo storico abbinamento con la mozzarella di bufala, ma può in realtà scortare moltissimi piatti diversi. La situazione attuale della denominazione fotografa un gruppo di 16 produttori, impegnati a promuovere il valore ambientale e culturale delle alberate aversane ma anche ad elevare sempre di più il livello di qualità di un vino che è ancora poco noto ma dotato di grandissime potenzialità e prospettive. Un vino che diventa simbolo non solo di un territorio, ma anche e soprattutto di una resistenza, di una lotta per salvare una bellezza a rischio estinzione e per preservare un capitolo fondamentale della storia e della cultura locale, risorsa ambientale e patrimonio umano.

 

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