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Cosa c'è dietro lo scambio di prigionieri tra Putin e Zelensky: i 'nazisti' ucraini in cambio dell'oligarca Medvedchuk – Il Riformista

A volte i “retroscena” aiutano a capire come stanno realmente le cose, molto più, e meglio, della “scena”. Soprattutto quando tale scena è riempita fino all’orlo da dichiarazioni muscolari, propositi più che bellicosi, semi ultimatum che dipingono un quadro a tinte ultrafosche, dalle tonalità “apocalittiche”, da ultimo giorno del pianeta Terra. Se si rincorrono le bordate dei vari Medvedv russi e dei loro simili ucraini, e le si prendono sul serio, allora non resta che assaltare i supermercati per fare incetta di provviste in vista dell’ormai immanente armageddon nucleare. Ma le cose, per fortuna, non stanno così. Perché esiste la diplomazia “sotterranea”. Perché è proprio nel momento in cui i toni si fanno più esplosivi che s’intravvedono segnali di trattativa. Occhio alla tempistica, che in situazioni di conflitto è molto indicativa.

Un significativo e imponente scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia segna il giorno di guerra successivo al minaccioso discorso di Vladimir Putin. «C’è stato un grande scambio di prigionieri. Ha attraversato diverse fasi e in luoghi diversi. Abbiamo riportato indietro 215 persone dalla prigionia russa», ha detto il capo dell’ufficio del presidente ucraino Zelensky. «Si tratta di soldati, guardie di frontiera, poliziotti, marinai, guardie nazionali, truppe delle forze territoriali, doganieri e civili. Tra loro ci sono ufficiali, comandanti, eroi dell’Ucraina, difensori dell’Azovstal e militari in stato di gravidanza», ha affermato in una dichiarazione.

Sono quelli «che i russi volevano uccidere, che chiamavano nazisti, il nostro popolo forte che non è stato distrutto da battaglie e prigionia», compresi i massimi comandanti delle unità che difendevano Mariupol. Nello scambio è finito anche l’oligarca ucraino filorusso Viktor Medvedchuk, che è stato consegnato ai russi e «che ha già fornito tutte le prove possibili all’inchiesta»: lo ha rivelato il capo dell’ufficio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, secondo quanto riporta Ukrinform. Lo scambio – ha aggiunto – «è il risultato di accordi personali tra il presidente Zelensky e il presidente (turco, ndr) Erdogan. I russi volevano ricattarci con le loro vite, ma non gli permetteremo di farlo con nessuno», ha sottolineato Yermak. I leader del battaglione Azov che per settimane hanno difeso l’acciaieria Azovstal di Mariupol – il comandante Denis Prokopenko “Redis” e il suo vice Svyatoslav Palamar “Kalina”, sono tra i prigionieri rilasciati dalla Russia.

Lo ha reso noto il comandante delle forze speciali ucraine Sergey Velichko che ha pubblicato su Telegram una foto con Redis e Kalina. Lo riporta Ukrainska Pravda. Oltre a Prokopenko e Palamar, è stato liberato anche il comandante della 36ma brigata marina, il maggiore Sergei Volyn. Nella foto pubblicata con loro compaiono anche il capo della direzione principale dell’intelligence Kirill Budanov e il ministro dell’Interno Denis Monastyrsky. L’ex comandante dell’Azov Andrey Biletsky ha scritto sui social: «Ho appena parlato al telefono con Radish, Kalina, tutti hanno uno spirito combattivo e sono persino desiderosi di combattere. Un’altra conferma che Azov è di acciaio. Adesso i ragazzi sono già liberi, ma in un Paese terzo. Rimarranno lì per un po’, ma la cosa principale è già accaduta: sono liberi e vivi». In una foto pubblicata sul sito della radio ufficiale ucraina Suspline si vede Palamar sorridente mentre parla al telefono. Tra le persone liberate ci sono anche 10 stranieri che hanno combattuto a fianco degli ucraini, alcuni dei quali minacciati di morte. Rilasciati grazie agli sforzi del principe saudita Mohammed bin Salman, si trovano in questo momento a Riad. Gli Stati Uniti “ringraziano” il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il suo governo “per aver incluso due cittadini americani nello scambio di prigionieri annunciato oggi” con la Russia, ha affermato il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan.

«Ringraziamo il principe ereditario (Mohammed bin Salman, ndr) e il governo saudita per aver facilitato l’operazione», ha scritto anche su Twitter. In un video pubblicato dal Commissario per i diritti umani della Verkhovna Rada, Dmytro Lubinets, si vedono alcuni dei prigionieri. Tra i combattenti liberati i leader del battaglione Azov che per settimane hanno difeso l’acciaieria Azovstal di Mariupol, il comandante Denis Prokopenko “Redis” e il suo vice Svyatoslav Palamar “Kalina”. C’è anche l’addetto stampa e fotografo di Azovstal Dmytro “Orest” Kozatsky. La sorella, in un commento alla radio pubblica Suspilni ha detto di aver parlato al telefono con lui dopo la liberazione: «Aveva una voce molto, molto, molto felice. Io non ho nemmeno parole». Ora, chiunque abbia seguito con un po’ di attenzione la narrazione russa sulle ragioni dell’”Operazione speciale” – cioè la guerra – in Ucraina, sa bene che uno dei riferimenti costanti nei discorsi del capo del Cremlino era all’eroica Grande guerra patriottica contro i nazisti invasori. E i nazisti del XXImo secolo, secondo la narrazione putiniana, si annidano a Kiev. E della cricca “nazista” quelli del Battaglione Azov erano la punta di diamante. La loro cattura ha rappresentato il fiore all’occhiello, forse l’unico, esibito ad uso interno da Putin e dai suoi non eccelsi generali per mostrare un segno di vittoria. Così come oggi, a liberazione avvenuta, sono le autorità ucraine a cantar vittoria. Ma questo ci sta. Ognuno tira acqua al proprio mulino. Ciò che più conta, però, è che si è negoziato. Oggi uno scambio di prigionieri, e non una soluzione politica che ponga fine alla guerra. Tuttavia la trattativa c’è stata. Ed è un primo passo.

Il che non significa che la strada del negoziato sia cosparsa di petali di rosa. Semmai di carri armati e artiglieria pesante. E di uomini richiamati alle armi. Putin potrà chiamare a combattere in Ucraina fino ad un milione di riservisti. E’ quanto rivela il quotidiano indipendente Novaya Gazeta, che opera dall’esilio, fornendo un numero ben superiore ai 300mila russi “con una precedente esperienza militare” che potrebbero essere richiamati, di cui ha parlato il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, dopo il discorso di Putin. “Questa è una bugia”. Così il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, smentisce. parlando con Ria Novosti, la notizia pubblicata da Novaya Gazeta Europe. «Durante il primo giorno di mobilitazione parziale, circa 10 mila cittadini sono arrivati da soli ai commissariati di polizia militare, senza attendere la convocazione», ha detto Vladimir Tsimlianski, portavoce dello Stato maggiore, mentre a New York, Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha respinto al Consiglio di Sicurezza Onu le accuse occidentali sull’Ucraina e ha accusato Kiev di «trascinare i combattimenti per indebolire la Russia». Per Lavrov l’Occidente è parte del conflitto in Ucraina.

E ha sottolineato: “Gli Usa e i loro alleati con la connivenza delle organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno coperto i crimini del regime di Kiev”. Ma in Russia c’è anche chi dice “niet” alla chiamata alle armi. Secondo il gruppo indipendente russo di monitoraggio delle proteste OVD-Info, più della metà dei manifestanti arrestati ieri in tutta la Russia, per le proteste contro la guerra in Ucraina, è rappresentata da donne. Stando alle informazioni ottenute, le donne costituiscono il 51% di tutte le persone detenute durante la repressione delle proteste, anche se OVD-Info ha specificato che l’intera scala degli arresti rimane sconosciuta. Il gruppo ha stimato che più di 1.300 persone, tra cui nove giornalisti e 33 minori, siano state detenute finora. E il numero è destinato a cresce.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

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