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Ecco perché la minaccia maggiore alla Costituzione viene da sinistra

Spesso la satira riesce con la sua ontologica corrosività a esprimere meglio di mille analisi certe realtà. Circa tre anni fa, il noto mensile satirico livornese, il Vernacoliere, titolava: “Ritornano i fascisti una sega! ‘Un se ne sono mai andati! S’erano iscritti tutti al Pd”.

A cosa serve agitare il pericolo fascista

Naturalmente, non si intende prendere alla lettera il divertente titolo del Vernacoliere e nemmeno sprecare tempo e inchiostro a evidenziare l’assurdità delle accuse di pericolo fascista, che, come si vede, ciclicamente riaffiorano, in quanto in questo specifico caso siamo davanti al consueto meccanismo di demonizzazione dell’avversario che, probabilmente, svolge la principale funzione di motivare e mobilitare l’elettorato di sinistra.

D’altronde, la legislatura che sta terminando dimostra quanto sia importante attenuare la sconfitta elettorale, perché poi si possono comunque aprire spiragli inattesi. Basti pensare che il Pd, sicuro perdente delle scorse politiche, poi è riuscito a stare in maggioranza per circa i quattro quinti della legislatura e, soprattutto, ha ottenuto gli incarichi più rilevanti assegnati nella legislatura: commissario europeo (Gentiloni) e presidente della Repubblica (bis di Mattarella).

Va onestamente detto che per un partito che aveva perso le elezioni, non è affatto male. Dunque, in tal senso, sembra comprensibile, seppur non condivisibile, che il centrosinistra tenti disperatamente di creare un caso per cercare di ridurre lo svantaggio alle urne. È su un altro versante che invece il titolo del mensile satirico coglie un frammento di verità.

Costituzione in pericolo?

Come è, infatti, noto, con l’avvio della campagna elettorale sono stati lanciati alcuni allarmi, secondo cui ci sarebbe il fondato rischio che una netta vittoria del centrodestra metta in pericolo la Costituzione, poiché il combinato disposto del c.d. taglio del numero dei parlamentari e della immutata legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, potrebbe dare alla coalizione di centrodestra una maggioranza con cui modificare la Costituzione addirittura senza che sia possibile attivare il previsto referendum ex art.138 Cost. e cioè la maggioranza qualificata dei due terzi.

Ipotesi improbabile

Premesso che ciò non sembra tecnicamente possibile, se si considera che secondo una stima di uno dei più autorevoli studiosi di sistemi elettorali (Alimonte), per quanto riguarda il Senato, ottenendo il 46 per cento dei seggi proporzionali, che più o meno corrisponde al 46 per cento di voti, la destra dovrebbe ottenere il 65 per cento dei seggi maggioritari per avere un totale di 104 seggi su 200, ovvero vincere 48 collegi su 74.

Dunque, se con un elevato successo nella quota proporzionale (il 46 per cento) e vincendo praticamente due terzi dei collegi uninominali si avrebbe in Senato una maggioranza assoluta, poco più che risicata, l’ipotesi che il centrodestra abbia la maggioranza dei due terzi nei due rami del Parlamento con questa legge elettorale appartiene più alla fantascienza che alla scienza politica.

Pertanto l’approvazione di una riforma costituzionale con la maggioranza qualificata dei due terzi potrebbe concretamente avvenire soltanto con il consenso di una parte significativa dell’opposizione e dunque per definizione non potrebbe essere un colpo di mano.

Residuerebbe la possibilità, laddove le previsioni più favorevoli al centrodestra fossero confermate, di avere la maggioranza assoluta alle due Camere e dunque in teoria di potere revisionare la Costituzione, salvo eventuale esito positivo del referendum confermativo. Ma le mancate riforme del 2006 e del 2016, bocciate in sede referendaria, dimostrano che forse è poco saggio incamminarsi su questa strada ed è comunque opportuno creare un consenso più ampio della sola maggioranza politica se si vuole modificare significativamente la Costituzione.

Il rischio per la Costituzione viene da sinistra

Ma ciò che qui interessa evidenziare è che se vi è un rischio per la tenuta della Costituzione questo non viene da destra, ma da sinistra. E ciò ha una sua spiegazione plausibile, nel fatto storico che l’esperienza fascista anteriore alla Repubblica sia stata un’esperienza totalitaria di destra e dunque è altissima la vigilanza contro ogni possibile ritorno ad un autoritarismo di destra, seppure espresso nelle moderne forme delle democrazie illiberali.

Il medesimo grado di vigilanza non vi è per le riforme compiute dalla sinistra che finiscono dunque per godere di un maggiore potenziale di pericolosità. E d’altronde negli ultimi anni, la nostra Costituzione ripetutamente è stata maltrattata, quasi senza che nessuno dicesse nulla.

Le forzature della Costituzione

L’ultimo episodio è di questi giorni. Infatti, questa settimana è stata approvata a Camere sciolte la revisione costituzionale che introduce la tutela delle insularità nell’art. 119 Cost.. Una sgrammaticatura costituzionale grave ma che passerà sotto silenzio perché la modifica approvata all’unanimità e nel merito probabilmente anche condivisibile.

Ma altre sono state le forzature costituzionali più gravi, a parere dello scrivente.

In primo luogo, non si può non ricordare la riforma Renzi, poi bocciata dal voto referendario, approvata dalla sola maggioranza che era tale in virtù di una legge dichiarata costituzionalmente illegittima. Per carità, formalmente tutto legittimo sulla base di un passaggio finale della sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale assai discutibile, secondo il quale la legislatura poteva proseguire come se nulla fosse applicando in modo singolare il principio di continuità che certamente non viene meno con lo scioglimento anticipato delle Camere.

Ma ammesso che fosse corretto, ci si sarebbe dovuto attendere un atteggiamento di autolimitazione da parte della maggioranza che avrebbe dovuto avvertire un difetto di legittimazione politica a riformare l’intera seconda parte della Costituzione, essendo tale solo per via di un meccanismo legale incostituzionale.

In secondo luogo, l’approvazione e l’entrata in vigore di una legge elettorale, l’Italicum, che presupponeva di già il superamento del bicameralismo perfetto della Costituzione vigente e che si sarebbe realizzato se fosse stata approvata la riforma Renzi, con il rischio di impasse del sistema se vi fosse stata necessità di votare prima dell’intervento riparatore della Corte costituzionale con la pronuncia n. 35/2017.

In terzo luogo, lo stesso governo Renzi approvò con decreto legge l’abbassamento dell’età pensionabile dei magistrati a 70 anni, determinando di improvviso un vuoto dirigenziale in tutte le magistrature e, successivamente, quello che è passato alla storia come “caso Palamara”: una delle crisi più profonde dell’intera magistratura che sarebbe stato inimmaginabile, almeno con queste proporzioni, senza l’azzeramento di tutte le posizioni dirigenziali indotte dall’intervento governativo.

Il precedente Mussolini

Nella storia unitaria non sono molti i precedenti e anzi ve ne è uno famoso che avrebbe sconsigliato questa via: il pensionamento anticipato di Ludovico Mortara (inviso al regime) da parte del governo Mussolini grazie ad un anteriore decreto legge che aveva abbassato l’età pensionabile dei magistrati.

In definitiva, il governo, tramite il Ministero della giustizia, ha ovviamente evidenza dei dati anagrafici dei magistrati e dunque un suo intervento in materia di età pensionabile finisce necessariamente con l’essere valutabile sui concreti effetti che produce.

Pensate voi che cosa sarebbe successo se fosse stato un governo Berlusconi a intervenire con decreto legge in materia: sarebbe scoppiato un finimondo con l’accusa che voleva togliere di mezzo giudici sgraditi. E avrebbero avuto ragione a sostenerlo! Ma la sinistra può fare ciò che la destra nemmeno può pensare.

Il taglio dei parlamentari

In quarto luogo, è stata la sinistra in questa legislatura ad avere accettato, senza tanti scrupoli costituzionali, di fare un governo con il Movimento 5 Stelle, decidendo di pagare in cambio il pegno della riforma costituzionale del taglio ai parlamentari che fino ad allora definiva, non senza qualche ragione, una grave amputazione alla rappresentanza democratica per motivi demagogici.

Non bisogna mai dimenticare quando arriveranno nel prossimo futuro gli appelli e le raccolte firme a difesa della Costituzione che la sinistra non ha esitato a fare approvare una così importante riforma della rappresentanza parlamentare per entrare nel governo ed evitare elezioni anticipate in posizione di svantaggio, perché allora il vento sembrava gonfiare le vele della Lega di Salvini (ma sarebbe davvero andata così dopo la sciagurata estate del Papeete?).

Il regime sanitario

Infine, last but not least, vi è la stupenda stagione pandemica, dove probabilmente i diritti costituzionali hanno conosciuto la più grave e sproporzionata compressione della storia repubblicana, così come si è registrata una torsione monocratica della forma di governo con un accentramento di poteri in capo al presidente del consiglio che con un suo decreto stabiliva (o forse sarebbe meglio dire concedeva) i concreti spazi di esercizio delle nostre libertà personali ed economiche.

In conclusione, parafrasando il Vernacoliere, se cercate chi ha ferito gravemente la Costituzione repubblicana dovete volgere lo sguardo a sinistra.

L’articolo Ecco perché la minaccia maggiore alla Costituzione viene da sinistra proviene da Nicola Porro – Atlantico Quotidiano.

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