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«Hanno abbandonato le loro costine per salvare quella donna»

MURALTO

09.07.2021 – 21:50

Due giovani premiate di recente dalla Fondazione Carnegie. L’analisi di Franco Denti, che rappresenta il Ticino.

Il tema torna di stretta attualità visti i recenti annegamenti nella Svizzera italiana. Ed è anche l’occasione di rispolverare la storia di un’iniziativa nata per mano di un mecenate di origini scozzesi in contrasto agli orrori della guerra.

MURALTO – È una calda serata del luglio 2019. Due ragazze ticinesi stanno cenando insieme in un ristorante sul lungolago di Muralto. A un certo punto notano una forma simile a una sagoma umana che galleggia sul Verbano. Una delle giovani ha la prontezza d’inquadrarla con lo zoom del telefonino. In acqua c’è un’anziana nuotatrice svenuta. Le due ragazze, Aline Brizzi di Ascona ed Elisa Colusso di Origlio, qualche settimana fa sono state premiate dalla Fondazione Carnegie per il loro eroico salvataggio. Il tema torna d’attualità dopo i recenti annegamenti nei laghi ticinesi. Tio/20Minuti ne ha parlato col dottor Franco Denti, rappresentante ticinese della Fondazione Carnegie per i salvatori di vite umane. 

Cosa l’ha colpita di questa storia? 

«Il fatto che in mezzo alla folla che gremiva le rive del Verbano, solo due persone si siano rese conto della gravità della situazione e, senza indugio, abbiano interrotto la cena, gettandosi nel lago vestite, per riportare l’anziana signora a riva, da dove è stata elitrasportata in ospedale e rianimata».

Le due improvvisate salvatrici, svegliandosi quella mattina certamente non avrebbero mai immaginato che entro al tramonto del sole avrebbero salvato una vita umana.

«Sono entrate così nel novero degli 8.612 eroi premiati in Svizzera dal 1912. Veri salvatori di vite umane».

Quest’anno sono stati 35 i premiati complessivi, comprese le due ragazze. Ci parli di questa Fondazione…

«Dipende dal Dipartimento Federale dell’Interno. Tra i nostri compiti rientra l’esame dei salvataggi notificati in Svizzera, per premiare ogni anno più persone meritevoli. Il fondatore, Andrew Carnegie lasciò la nativa Scozia con la sua famiglia nel 1848 e si trasferì negli USA, per sfuggire alla miseria».

E poi?

«Aveva appena 13 anni e fu subito assunto come operaio in un cotonificio, partendo da uno stipendio iniziale di un dollaro e 20 al mese. Dopo il lavoro studia alle scuole serali. A 25 anni occupa il posto di sorvegliante capo del dipartimento ovest delle ferrovie della Pennsylvania. Contemporaneamente si occupa di petrolio e di metallurgia e all’inizio della guerra di Secessione nel 1861 procura agli Stati nordisti vagoni destinati a scopi militari e assicura le comunicazioni telegrafiche».

Un’escalation insomma.

«Nel 1892, Andrew Carnegie, “il re dell’acciaio”, possedeva quasi tutto l’acciaio d’America e si contendeva il titolo di uomo più ricco del mondo con altri quattro “titani” dell’epoca».

Carnegie è anche noto per essere stato un grande mecenate.

«Nel 1901, a 65 anni, decise di ritirarsi dagli affari, per dedicare la sua immensa fortuna ad attività filantropiche, vendendo le sue società al banchiere J.P. Morgan per 480 milioni di dollari e trattenendo per sé una rendita di 50.000 dollari all’anno. Per il resto, la sua immensa fortuna fu devoluta in borse di studio e dedicata alla costruzione di Università, biblioteche, musei, teatri. A oggi il valore del patrimonio delle varie Fondazioni di Carnegie ammonta a circa 75 miliardi di dollari».

Ma come si è arrivati alla fondazione attiva in Svizzera?

«Alla vigilia della Prima guerra mondiale, Carnegie decise d’impiegare una parte dei propri beni, per creare in Svizzera e in altri 10 Paesi la fondazione per i salvatori di vite umane. Gli era chiaro come l’atto eroico fosse la scelta di un momento: essere nel posto giusto, al momento giusto e fare la cosa giusta. Se l’orrore delle carneficine belliche richiamava sangue e distruzione, promuovere l’esatto opposto conferiva al singolo individuo il massimo potenziale per contrapporsi all’imminente catastrofe».

L’esempio delle due amiche ticinesi possiamo definirlo “un miracolo della proattività”.

«La donna salvata da annegamento sicuro si trovava a un centinaio di metri dalla riva di un lungolago affollato. Se tra tanta gente, non vi fosse stata quell’unica persona capace di fare un’ipotesi con la propria fantasia (“e se fosse una persona in difficoltà?”), se quella stessa persona non si fosse presa la briga di un secondo sguardo più approfondito per verificare la sua ipotesi, in questa storia non ci sarebbero né eroi, né salvatori, né salvati, né un’anziana signora che oggi può raccontare con sollievo la brutta avventura, sorseggiando il té con le amiche. In un mondo frenetico e distratto, questa storia ci parla di tutta la differenza che può fare un secondo sguardo, alzando gli occhi dalla costina nel nostro piatto e “zoomando” verso il nostro prossimo».

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