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Il principio “una sola Cina” non ha più senso se non garantisce lo status quo

Il viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan ha chiarito una volta per sempre che l’ambiguità strategica praticata per decenni dagli Stati Uniti, e dall’intero Occidente, circa lo status dell’isola ha cessato di funzionare.

Pechino fa sul serio

I comunisti cinesi, infatti, fanno sul serio. Per loro la ex Formosa, che si autodefinisce ufficialmente “Repubblica di Cina”, è parte integrante della Repubblica Popolare. E questo comporta conseguenze molto serie.

Innanzitutto, il fatto che leader e delegazioni occidentali non possono visitarla senza l’assenso preventivo di Pechino. Agli occhi di Xi Jinping e del suo gruppo dirigente andare a Taipei equivale, in tutto e per tutto, a recarsi nella Cina continentale, dove il Partito comunista – l’unico ammesso – è al potere dal 1948. Con le imponenti manovre militari in atto in questi giorni, Pechino lo ha chiarito definitivamente.

Se a qualche politico americano o europeo venisse in mente di seguire l’esempio della Pelosi, il governo della Repubblica Popolare porrebbe il veto. E, da quanto si vede ora, potrebbe addirittura impedire l’atterraggio di “ospiti” sgraditi. Infatti il suolo di Taiwan viene equiparato a quello cinese, ed è scontato che non si può visitare un Paese straniero senza l’approvazione delle autorità che lo governano.

L’illusione dell’ambiguità

La suddetta ambiguità strategica, e l’adesione alla tesi di Pechino che esiste “una sola Cina”, avevano finora indotto Washington e le altre capitali occidentali a cullarsi nell’illusione che lo status quo potesse essere mantenuto all’infinito.

Purtroppo non è così e, d’altra parte, Pechino lo aveva più volte ribadito: il futuro di Taiwan altro non è che la riunificazione con la “madrepatria”. Se è possibile pacificamente, in caso contrario con la forza (come a Hong Kong). Per il Partito comunista cinese altre alternative non esistono.

Adesso gli Stati Uniti devono finalmente affrontare la questione senza più cullarsi nell’illusione dianzi citata. O provvedono a contrastare militarmente le azioni belliche cinesi, cosa che finora non hanno fatto pur constatando che Pechino ha de facto imposto un blocco aeronavale intorno all’isola. Oppure si rassegnano all’inevitabile fine dello status quo e a perdere definitivamente il loro più fedele alleato nell’area.

L’ossessione cinese per Taiwan

Naturalmente quando, a seguito della visita di Nixon e Kissinger a Mao Zedong, gli Usa decisero di chiudere l’ambasciata a Taipei aprendola contestualmente a Pechino, nessuno prevedeva che la Repubblica Popolare sarebbe diventata la seconda potenza mondiale. Anche se, già allora, si notava l’ossessione di Mao per Taiwan, poi puntualmente trasmessa ai suoi successori, buon ultimo Xi Jinping.

Né vale molto il “Taiwan Relations Act” in atto dal 1979, con il quale gli Stati Uniti si impegnano a fornire all’isola “adeguate risorse difensive”. Taiwan non può difendersi da sola vista l’enorme sproporzione delle forze con il colosso comunista. Devono quindi impegnarsi direttamente, cosa ammessa – pur con le solite esitazioni – dallo stesso presidente Biden.

Riconoscere Taiwan

Ma è difficile porsi in una posizione di scontro aperto con la Repubblica Popolare anche per motivi economici. E si noti che soltanto Donald Trump si accorse quanto fosse diventata pericolosa l’interconnessione tra il sistema economico e finanziario Usa e quello cinese. I suoi predecessori non avevano prestato grande attenzione al problema, diventato sempre più grave a causa di una globalizzazione “con gli occhi a mandorla”.

A ben guardare la questione verrebbe risolta solo se l’Occidente trovasse il coraggio di riconoscere Taiwan quale Stato indipendente e sovrano, allacciando con esso normali rapporti diplomatici e facendolo riammettere in tutti gli organismi internazionali – Onu in primis – dai quali è stato espulso a favore della Cina comunista.

Si tratta però di una mera illusione poiché Pechino non ammetterà mai l’esistenza di due Cine. L’alternativa, purtroppo, è soltanto una crescita della tensione che potrebbe sfociare in un conflitto armato, ancora più grave di quello che adeso si combatte in Ucraina.

L’articolo Il principio “una sola Cina” non ha più senso se non garantisce lo status quo proviene da Nicola Porro – Atlantico Quotidiano.

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