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Le virostar ora anche nelle camere da letto: invece che a far vincere la vita, sono impegnati a negarla

Vietato scopare. Forse ve lo diranno più poeticamente, o forse con maggior nitore scientifico nell’utilizzo della terminologia e nella scelta delle parole, ma se si gratta la scorza intrisa di apparente preoccupazione per la diffusione del contagio ci si accorge che all’approssimarsi di stagione calda e diminuzione delle restrizioni la virologia da palinsesto tv ha pensato di imprimere alla narrazione una virata decisamente pornografica.

È così tutto un bollore, pardon una doccia gelata sugli ardenti bollori di persone che tornate alla luce del giorno potrebbero tornare ad abbracciarsi, a sfiorarsi, e a fare altro. Ci siamo capiti. E quindi: orrore! E non l’orrore di conradiana memoria, bensì quello più plasticoso e kitsch delle prime serate tv, tra televendite di materassi e numeri dei contagi.

Non sia mai andar per camporella. Anatema su tutti voi, peccatori. La fiamma del peccato e della pandemia si spande verso la linea d’orizzonte, ad abbracciare la vostra scostumata mancanza di senso della realtà: e per questo, proprio per questo, c’è la severa litania dei virologi che intervistati da quotidiani, riviste, forse anche porno, e telegiornali ci sommergono coi loro decaloghi su quale grado di intimità potremo permetterci. Niente baci. Sfiorarsi solo le mani. Roba così.

Non so se questa gente abbia familiarità con Al-Muqanna, il folle eretico islamico narrato con trasporto da Jorge Luis Borges in “Storia universale dell’infamia”: secondo il barbuto profeta della città di Tlon, la copula e gli specchi sarebbero stati abominevoli poiché avrebbero osato replicare l’immagine di Dio.

C’è in effetti in questa virologia mediaticamente esibita, l’accelerazione della caduta cieca nell’abisso del nichilismo, della assenza, della negazione: negazione della vita, principalmente.

Perché di limitazione in limitazione, di restrizione in restrizione, di penitenza in penitenza, sembra quasi che l’idea maturata nelle menti di queste star della pandemia sia quella di fare tabula rasa attorno al virus azzerando qualunque forma di vita. Perché se uno rimane vivo potrebbe correre il rischio di contagiarsi. E l’esistenza, in questa prospettiva rovesciata, non è più un valore, un fattore positivo, ma un potenziale elemento di veicolazione e di replica del contagio.

E come il folle Al-Muqanna, anche i satrapici medici da telegiornale se la prendono con la forma più elevata non solo di piacere ma di esemplificazione palese della vita che vuole espandersi, tornare alla normalità e replicarsi: il sesso.

Più simili, nel loro tortuoso incedere semantico e verboso, alla filosofia della redenzione di Philipp Mainlander, per il quale il genere umano non era altro che una specie di parassita sulla crosta decomposta del mondo e secondo cui l’origine della vita si situerebbe nella morte di Dio, morte di Dio annunciata prima di Nietzsche, piuttosto che a medici desiderosi di far vincere la vita; più votati al cupo pessimismo cioraniano de “Al culmine della disperazione”, ma senza il corroborante e ultravioletto umorismo che fu di Cioran, somiglianti nella furia iconoclasta e caotica alle pagine più glaciali del “Breviario del Caos” di Albert Caraco, piuttosto che ad anodini e seriosi primari da corsia, questi virologi sin dall’apparizione della pandemia si sono dedicati, con piglio entomologico, a dare consigli su qualsiasi aspetto: come prendere il caffè in tempo di contagio, come recitare poesie all’epoca del Covid, e chiaramente come concedersi piacere sessuale. O meglio: come non concedersi alcun piacere.

Perché, nella furia livida della negazione di qualunque contatto sociale, d’altronde il distanziamento sociale proprio quello è, i virologi hanno eretto, ahia, la loro personale piramide di paura, al cui vertice, all’apice di tutto quel che non andrebbe fatto, c’è proprio la abominevole ed oscena copula.

E ce li immaginiamo questi bacchettoni della virologia con parruccone e toga vittoriana, intenti a sanzionare la voluttà e la lussuria che sembrano emergere per via coi primi caldi. Ci sarebbe da sorridere, non fosse che tutto quanto si è andato sostenendo, cioè il postal market del sesso, il manuale delle Giovani Marmotte del sesso all’epoca del Covid, le liste su cosa sia sicuro e cosa non lo sia, ci sono davvero.

Basta una rapida scorsa ai principali motori di ricerca. Troverete virologi star e virologi aspiranti star, i più famosi nell’album di famiglia degli eroi postmoderni della virologia e quelli ancora acerbi e in erba desiderosi di essere notati, tutti alle prese con il dinamico binomio Sesso & Covid. E no, non è il titolo di un film porno, che pure nel Covid ci ha sguazzato con la sua consueta e anticipatoria creatività, ma è proprio il segno tangibile del baratro dentro cui siamo piombati.

Il Kamasutra dei virologi si basa su un assunto assai semplice: tenetevelo nei pantaloni. Forse vi sarà concesso solo un rapido sfregamento di mani, una eiaculatio precox ma comunque con tampone, e sia chiaro non quello cinese rettale che pure qualcuno potrebbe apprezzarlo, niente baci, niente sesso orale, il sadomaso va benissimo ma con maschera, non mascherina ma proprio maschera di latex o cuoio o al massimo, se siete proprio dei professionisti, la maschera anti-gas da esibire in qualche dungeon di provincia tra lucori rossastri e gemiti pandemicamente corretti, scordatevi ammucchiate e gang bang che quella è roba per assembramenti e poi bisognerebbe chiamare i Carabinieri per venire a sanzionarvi perché non avete resistito alla tentazione.

E così, immaginiamo una mostruosa burocrazia sessuale che imposta procedure, protocolli, codicilli sul sesso sicuro, un Comitato Tecnico-Sessuale che analizza, scandaglia, sottopone a vaglio critico qualunque forma di pratica sessuale, qualunque gioco, giochino e giochetto, qualunque posizione, cercando di stabilire un coefficiente matematico di pericolo di contagio a seconda della forma di atto sessuale concretamente posto in essere. Protocolli operativi da sex shop codificati con apposito Dpcm.

Certo, potremmo dire che comunque i virologi rispondono solo a domande fatte loro da giornalisti, nel nome del superiore interesse pubblico: se qualcuno chiede, loro, cortesemente, eroicamente, rispondono, e lo fanno perché la gente deve sapere e adottare comportamenti responsabili. Chiaramente, per gente che ha scambiato l’aperitivo sui Navigli per una riedizione di una carneficina cambogiana, figuriamoci quanto possa apparire arduo e difficile negare alle masse la soddisfazione di un orgasmo.

Non mi interessa spicciola sociologia o dover dire che faccia comodo tenere le persone sotto una cappa di abulia emotiva, negando la sublimazione del contatto più forte e comunicativo che ci sia, quale è il sesso: queste cose potrebbero essere verissime, ma forse potrebbero essere persino troppo nobilitanti per qualche incanutito virologo semplicemente troppo innamorato della propria voce e costretto, proprio per questo, a dover parlare di tutto. Onanismo narcisistico, in poche parole, al cui termine, troneggiante in luce neon come una insegna di Las Vegas, si staglia il motto di questa nuova medicina nichilista: fiat scientia, pereat mundus.

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