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Non è ancora il momento del negoziato: ecco perché la pace dipende da Putin

Le possibilità di pace fra Ucraina e Russia sembrano muoversi su un’altalena. In alcuni momenti il cessate il fuoco e l’inizio di un iter negoziale paiono quasi a portata di mano, ma poi giunge puntuale la doccia gelata costituita da nuovi ed ennesimi attacchi militari russi oppure da dichiarazioni bellicose che lasciano presagire di tutto fuorché una conclusione a breve della guerra.

Pochi giorni fa, durante la visita a Washington di Mario Draghi, alcuni commentatori, pensiamo indirizzati da determinate fonti, si sono sentiti autorizzati a ritenere più vicina la pace. Poco dopo, abbiamo appreso della sospensione ufficiale dei negoziati e del rinvio a chissà quando di un ipotizzato incontro fra il segretario di Stato Usa Antony Blinken e il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Poche ore dopo, invece, i vertici militari degli Stati Uniti e della Federazione russa si sono parlati al telefono. Ecco l’andamento altalenante!

Putin ha bisogno di progressi

Per come si è avvitata l’aggressione russa in Ucraina (violenta e sanguinosa soprattutto per i civili), diventa davvero difficile prevedere tempi e durata di questo conflitto. La Russia ha dovuto rinunciare alla presa di Kiev, si è ritirata da Kharkiv e ma avanza nel Donbass, ossia l’ultimo obiettivo militare rilevante rimasto al Cremlino. Mariupol è alla fine caduta e con essa Azovstal, l’enorme acciaieria divenuta tristemente celebre, ma la conquista di una città che quasi non esiste più e di un grande stabilimento industriale in cui si respira solo odore di morte, può essere considerata un successo del quale vantarsi nel mondo? Dopo una lunga scia di sangue, che ha colpito anche i militari di Mosca, e soltanto dopo la rinuncia da parte del governo ucraino a resistere, almeno nel perimetro dell’acciaieria?

Certo, Mariupol e Azovstal hanno ormai assunto un ruolo fortemente simbolico per la Russia, ma Putin deve uscire dalla guerra con almeno qualche altro progresso, altrimenti, per quanto il suo potere non subisca le stesse pressioni da parte dei media che invece subiscono i governi democratici, diverrebbe difficile, anche per un autocrate come lui, giustificare le rilevanti perdite, umane ed economiche, di fronte a risultati inesistenti. È immaginabile pertanto che questa guerra di attrito, come la definiscono gli esperti, o di logoramento prosegua ancora per diverso tempo.

La Russia continuerà a puntare la propria pistola e ad usarla, magari anche solo in maniera intermittente, ai danni del Donbass e se può, anche altrove in Ucraina, fino al raggiungimento di qualche obiettivo che consenta al regime putiniano di non perdere del tutto la faccia. Non è detto però che il prolungarsi a tempo indeterminato dell’accanimento militare produca ad un certo punto ciò che spera Putin. Potrebbero esserci molti altri morti, altri innocenti giustiziati anche solo per frustrazione e pulizie etniche simili a quelle che funestarono l’ex Jugoslavia negli anni Novanta, ad opera dei serbo-bosniaci di Radovan Karadzic e Ratko Mladic, senza che vi siano tuttavia significativi avanzamenti dell’esercito russo.

Cosa può fare l’Occidente

L’Occidente deve prepararsi ad uno scenario di guerra ancora lontano dalla conclusione e probabilmente ancora foriero di lutti. Le democrazie occidentali, e in particolare quei settori più comprensivi con Mosca, devono inoltre comprendere come ogni tentativo volto alla pace e al dialogo diventi aria fritta se la Russia non smette di sparare.

In Italia qualcuno, nella maggioranza di governo, inizia già a sbandare su ciò che invece è un dato di fatto evidentissimo. L’inizio di un percorso negoziale, e la pace, dipendono soltanto da Vladimir Putin, e non già dagli Usa di Joe Biden, che, secondo il mondo capovolto di putinisti e utili idioti vari, avrebbero interesse a prolungare le ostilità in Ucraina. Quando il Cremlino darà ordine ai propri soldati di cessare ogni atto offensivo sul territorio ucraino e ancora meglio, ma questo è molto più difficile, di fare ritorno in patria, l’Occidente dovrà senz’altro pensare ad una via d’uscita diplomatica, ma solo in quel preciso momento.

Voler abbandonare adesso quanto fatto in questi mesi, in termini di aiuti economici e militari al governo di Kiev, significa essere ingenui o in malafede. Forse qualcuno, dopo un periodo di forzata astinenza, ha la necessità impellente di tornare a tendere la mano a Putin, e di continuare a sperare, più o meno alla luce del sole, in una resa umiliante da parte dell’Ucraina. Il presidente francese Emmanuel Macron ha ringalluzzito qualche giorno fa i putinisti di casa nostra, consigliando all’Occidente di non umiliare la Russia, ma subito dopo ha ribadito che la Francia continuerà ad aiutare militarmente l’Ucraina.

Del resto, a maggior ragione in queste ore in cui vi è una nuova escalation russa nel Donbass, non si può fare altro che proseguire sulla giusta strada che finora ha consentito a Kiev di resistere all’aggressione delle truppe con la “Z”. Le Forze armate russe non si sono affatto rivelate invincibili, ma, nonostante alcune carenze, in piazza Majdan ora sventolerebbe la bandiera di Mosca se non fossero giunte in Ucraina le armi occidentali. E altri Paesi come la Moldavia e la Georgia, da sempre oggetto delle attenzioni del neo-imperialismo putiniano, oggi correrebbero maggiori rischi.

Se rimettiamo il mondo nella sua posizione naturale, e non capovolta come piace alla propaganda del Cremlino e ai suoi servi sciocchi, non ci mettiamo granché a capire da quale parte provenga l’offesa e da quale l’inevitabile difesa. Continuare nell’invio di armi a Kiev costituisce soltanto un supporto difensivo fornito ad un Paese la cui integrità territoriale è stata violata nel modo più illegale ed illegittimo possibile. Chi ha gettato il cerino nella benzina e non smette di alimentare il fuoco non va cercato a Washington e nemmeno a Bruxelles, bensì nella capitale della Federazione russa.

Si può dialogare con un incendiario? Probabilmente prima o poi si giungerà anche al dialogo, ma non ci si può disarmare anzitempo. Sarebbe come se un agente di polizia, durante un conflitto a fuoco con un criminale, gettasse la propria arma per primo, ritenendo di stimolare così il ravvedimento del malvivente.

L’articolo Non è ancora il momento del negoziato: ecco perché la pace dipende da Putin proviene da Nicola Porro – Atlantico Quotidiano.

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