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Perché da “pro-choice” difendo la sentenza della Corte Suprema

La sentenza Dobbs vs. Jackson che ha rovesciato la sentenza del 1973 Roe vs. Wade è senz’altro una bomba nel panorama politico americano e sappiamo già che provocherà forti reazioni anche oltre i confini degli Stati Uniti.

Il nuovo pronunciamento della Corte Suprema Usa non ha vietato l’aborto, ma ha semplicemente affermato che non può essere considerato un diritto protetto costituzionalmente. Il diritto all’aborto non è scritto in Costituzione, né da essa può essere inferito.

Due orientamenti contrapposti

E’ una sentenza che è il frutto del rafforzarsi dell’orientamento conservatore all’interno della Corte Suprema, che è quello di rifarsi al testo della Costituzione americana così com’è, in opposizione all’orientamento dei progressisti di interpretarlo in senso allargato per riflettere quella che per loro è una sensibilità moderna nel campo dei diritti ed in definitiva di utilizzare i giudici come introduttori di innovazione legislativa.

In questo senso la sentenza dei giudici della Corte è in punta di principio coerente.

Contrariamente alla vulgata secondo cui una manciata di signori non eletti a Washington si sarebbero arrogati di decidere per tutti sull’aborto, l’argomentazione della Corte è proprio che una manciata di signori non eletti a Washington non possono decidere per tutti sull’aborto e che quindi l’argomento va restituito ai singoli Stati.

Due visioni incompatibili dei diritti

Va anche detto che, per quanto il tema dell’aborto sia spesso superficialmente accomunato ad altre questioni “social libertarian” – dalla libertà di contraccezione al matrimonio omosessuale – tale tema è qualitativamente diverso dagli altri.

Nel caso dell’interruzione della gravidanza, non siamo di fronte ad una dicotomia tra la rivendicazione al diritto di autodeterminazione personale da un lato e la morale tradizionale dall’altro; piuttosto siamo di fronte alla dicotomia tra due visioni conflittuali dei diritti legati alla persona umana.

Da una parte c’è chi sottolinea come la vita si sviluppi senza soluzioni di continuità a partire dal concepimento e che questo implichi che l’embrione sia fin dal principio detentore di diritti umani non aggredibili. Chi si riconosce in questa visione ritiene che sia del tutto arbitrario rimandare l’inizio della tutela della vita ad un momento successivo stabilito dallo Stato.

Dall’altra parte c’è, tuttavia, chi ritiene che l’obbligo di portare a termine una gravidanza non voluta rappresenti una violazione del diritto individuale di una donna al possesso del proprio corpo ed in definitiva una forma di intima violenza.

La soluzione può essere solo politica

In queste condizioni, il tema dell’aborto mal si presta ad essere risolto attraverso una “sentenza”, in quanto non è in alcun modo possibile far discendere induttivamente la decisione sulla liceità dell’aborto da una visione condivisa dei diritti naturali individuali.

Sono in campo, nei fatti, due visioni non compatibili e l’unica composizione tra di essi può avvenire per via politica, attraverso la ricerca di un qualche equilibrio tra le due teorie dei diritti.

E’ esattamente quello che è successo negli altri Paesi occidentali, inclusa l’Italia, dove la politica si è assunta il compito di individuare forme di compromesso imperfette ma “ragionevoli” che, recependo in qualche misura le ragioni di entrambe le parti, potessero consolidare nel tempo una pace ideologica su questa delicata questione.

Tema restituito al processo democratico

Per molti versi, la sentenza Roe vs. Wade, contrariamente a quanto è avvenuto negli altri Paesi, ha privato l’America dell’evoluzione della legislazione sull’aborto attraverso il dibattito tra i cittadini e tra i loro rappresentanti eletti – e questo nel tempo ha finito per alimentare divisioni e contrapposizioni, anziché comporle e placarle come è avvenuto in Europa.

Oggi la sentenza Dobbs vs. Jackson restituisce, dopo quasi cinquant’anni, la questione dell’aborto in America al processo democratico.

Le ragioni del “federalismo bioetico”

Si arriva qui ad un altro punto fondamentale. Se la questione dell’interruzione della gravidanza passa nell’ambito della democrazia, allora è meglio che, come avviene negli Stati Uniti, sia affrontata al livello più basso possibile – meglio a livello dei singoli Stati che a livello federale.

Questo per varie ragioni. La prima è che il peso rispettivo con cui la visione pro-life e la visione pro-choice concorrono alla determinazione degli equilibri legislativi è determinato da fattori culturali; considerando che l’America è un Paese di forti polarizzazioni culturali a livello territoriale, certamente è più probabile che una decisione presa a livello di singoli Stati sortisca esiti più accettabili alle persone che vi vivono.

La seconda è la possibilità concreta di ogni cittadino di “votare con i piedi”, beneficiando, attraverso la propria possibilità di spostarsi, della diversa offerta normativa dei vari Stati; si tratta, incidentalmente, di uno strumento che potrà evidenziare l’inefficienza di leggi troppo restrittive.

Tuttavia, una delle ragioni più importanti a favore del “federalismo bioetico” è che la sua accettazione obbliga a prendere atto che su certi tipi di questioni sono possibili scelte pubbliche diverse e quindi obbliga, in qualche misura, a riconoscere la legittimità anche della posizione dell’altro.

In questo senso l’approccio federale sul tema dei diritti obbliga alla convivenza di normative diverse e quindi prova ad improntare le dinamiche politiche sui “valori” ad un senso di umiltà e di moderazione, in opposizione ai tentativi assolutisti di purificare il mondo dalla visione opposta.

De-escalare il conflitto

Già sappiamo che la questione dell’aborto in America vivrà di toni accesissimi, ma proviamo solamente per un momento ad immaginare come sarebbe apocalittico il dibattito se fosse il Congresso federale a dover decidere se permettere o proibire l’aborto in tutti gli Stati Uniti, in una gigantesca ordalia che potrebbe risolversi per un solo voto.

Basta pensare a questo scenario per capire come il fatto che l’argomento sia nelle mani degli Stati sia una benedizione e l’unico fattore che può contribuire, in qualche misura, a de-escalare il conflitto.

Chi scrive è decisamente pro-choice, ma al tempo stesso ritiene che la decisione della Corte Suprema sia corretta in termini formali e utile a riportare gli Stati Uniti su un terreno costituzionalmente più sano, dal punto di vista del ruolo della Corte, dei corretti meccanismi di produzione della legislazione e dell’equilibrio tra Stati e governo centrale.

L’equilibrio della 194

Sul piano della sostanza sull’argomento dell’interruzione della gravidanza servirebbe provare ad articolare una posizione pro-choice scevra di “fideismo laicista”, cioè che prenda sul serio anche le argomentazioni sull’attribuzione di diritti anche all’embrione.

Da questo punto di vista la legge 194 italiana tutto sommato rappresenta, almeno nelle intenzioni iniziali, una soluzione di compromesso culturale probabilmente più ragionevole di quanto lo fosse la sentenza Roe vs. Wade che di fatto riconosceva, in modo molto controverso, un diritto costituzionale all’aborto anche in stadi di gravidanza relativamente avanzati.

Dal punto di vista pratico, la speranza è che nella maggior parte degli Stati dove si metterà mano alla legislazione sull’aborto prevalga un atteggiamento di pragmatismo e di moderazione.

E’ giusto che in termini sostanziali il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza resti possibile, in un’opportuna cornice, per la semplice ragione che sul piano pratico questa è la soluzione più compatibile con le dinamiche della vita reale. Gli aborti possono essere ridotti, ma la via maestra passa da percorsi di accompagnamento delle future madri in difficoltà più che della proibizione tout court.

In questo senso, gli Stati che vieteranno l’aborto rischiano seriamente di avviarsi verso un ulteriore deterioramento del tessuto sociale delle classi più deboli.

In ogni caso proprio la pluralità normativa potrebbe permetterci di comprendere meglio, nel tempo, dove sia più sano collocare il punto di equilibrio tra diritto alla scelta e diritto alla vita – quale sia, cioè, il quadro normativo più compatibile con il benessere sociale e individuale. Sarà in ogni caso un percorso delicato e, dopo la Dobbs vs. Jackson, sappiamo che va percorso senza scorciatoie.

L’articolo Perché da “pro-choice” difendo la sentenza della Corte Suprema proviene da Nicola Porro – Atlantico Quotidiano.

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