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Pochi fondi alla cooperazione? Sono gli italiani ad aver bisogno di aiuto

Durante la campagna elettorale che sta per chiudersi quasi non si è parlato della cooperazione italiana allo sviluppo. Alle organizzazioni non governative non è piaciuto.

“La cooperazione internazionale non è prioritaria nell’agenda politica di nessun attore in campo. La politica non l’ha mai messa al centro perché i destinatari dell’aiuto alla cooperazione non votano. I politici sono miopi. Continuano a non capire che la cooperazione fatta bene va a beneficio di tutto il Paese. Abbiamo analizzato i programmi elettorali e la cooperazione internazionale, anche questa volta, è una grande assente. Il tema cooperazione è una grossa delusione”.

Con queste parole, il 6 settembre scorso, Giampaolo Silvestri, segretario generale della Fondazione Avsi, una delle organizzazioni non governative italiane più attive, ha dato voce al disappunto e alle critiche delle ong e delle cooperative impegnate in progetti di assistenza umanitaria e sviluppo in Paesi a reddito basso e medio.

La lettera aperta del CINI

Le rimostranze di Silvestri sono state pubblicate su Vita, il periodico italiano dedicato al Terzo settore, che alcuni giorni dopo, il 14 settembre, ha dato spazio anche a un documento del CINI, il Coordinamento italiano ong internazionali.

Si tratta di una lettera aperta indirizzata ai candidati di tutti i partiti per richiamare con forza la loro attenzione sul fatto che la cooperazione internazionale allo sviluppo deve essere considerata una delle priorità del Paese.

Pertanto il CINI chiede alle forze politiche di aumentare le risorse e rafforzare le strutture per il sistema italiano della cooperazione, rispettando l’impegno preso in sede internazionale, e di destinare inoltre risorse aggiuntive per l’assistenza ai rifugiati e ai richiedenti asilo. L’impegno a cui si fa riferimento è di arrivare entro il 2030 a destinare lo 0,7 per cento della ricchezza nazionale agli aiuti internazionali.

Gli obiettivi delle ong

Tra gli obiettivi prioritari da realizzare nei Paesi destinatari degli aiuti, ovvero “partner”, le ong indicano: la parità di genere, l’effettiva affermazione dei diritti delle donne e delle ragazze, la prevenzione delle emergenze, il rafforzamento delle comunità locali investendo in sistemi sanitari, educativi, alimentari e di protezione sociale, i programmi di lotta al cambiamento climatico e quelli per una transizione ecologica giusta in funzione di un loro sviluppo sostenibile.

Parallelamente chiedono di “promuovere una nuova politica esterna in materia di migrazione che superi la vocazione securitaria e sia ancorata al rispetto e alla promozione dei diritti umani delle persone migranti”.

Povertà e crisi energetica

Su un punto le ong hanno ragione. È vero che i programmi elettorali hanno concesso poco spazio alla cooperazione internazionale allo sviluppo che, realizzata sia in forma multilaterale che bilaterale, rappresenta un aspetto importante della nostra politica estera.

Tuttavia, sbagliano nell’individuarne il motivo. Non è perché “tanto i destinatari della cooperazione non votano” che i politici non ne hanno fatto un tema centrale in campagna elettorale, ma piuttosto perché votano i finanziatori della cooperazione italiana, che sono i cittadini italiani.

E, in questo momento, è difficile ottenere consenso dicendo che si vogliono stanziare più fondi per aiuti e sviluppo di Paesi a basso e medio reddito, figurarsi promettere di portarli allo 0,7 per cento del Pil che, al valore attuale, equivarrebbe a quasi 15 miliardi di dollari.

Circa 1,9 milioni di famiglie e 5,6 milioni di persone in Italia sono in condizioni di povertà assoluta. Il tasso generale di disoccupazione è al 7,9 per cento. Tra i giovani sale al 24 per cento.

Sfiniti dalla crisi Covid-19, capitata mentre l’economia, segnata da precedenti periodi di recessione, già era in grave affanno, adesso gli italiani stanno affrontando una nuova emergenza, quella energetica che, secondo alcuni esperti, determinerà una nuova fase di recessione nel 2023, con una contrazione dell’economia stimata nello 0,7 per cento.

Sono le comunità locali italiane che hanno bisogno di aiuti per rafforzarsi, sono i sistemi sanitari, educativi, alimentari e di protezione sociale italiani, tutti in crisi, che necessitano maggiori risorse, tutte quelle reperibili, anche grazie a prestiti e ulteriore indebitamento.

Gran parte degli italiani ne sono dolorosamente consapevoli. Solo chi si trova in uno stato di totale scollamento dalla realtà, dai problemi reali del Paese può chiedere alla popolazione italiana un sacrificio di miliardi mentre urgono investimenti in tanti settori essenziali, di primaria importanza.

All’oscuro dei fatti, peraltro, le ong si dimostrano anche quando chiedono rispetto degli emigranti e risorse aggiuntive per rifugiati e richiedenti asilo, perché l’Italia rispetta gli emigranti, persino quelli clandestini che si presentano alle nostre frontiere dicendosi profughi, ed è tra i Paesi che più contribuiscono al finanziamento dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati.

Gli sprechi dei Paesi africani

Proprio chi opera nel settore della cooperazione internazionale, inoltre, deve piuttosto esigere dai partiti, come impegni inderogabili, di amministrare responsabilmente i fondi stanziati per la cooperazione internazionale bilaterale e multilaterale, a titolo di dono o a titolo di prestito (sempre a condizioni molto favorevoli): decidendo meglio a chi affidarli e sospendendone l’erogazione se risultano ammanchi e sprechi, e rifiutando di estinguere il debito estero di Paesi che continuano a chiedere capitali che non sanno o non si curano di utilizzarli per i fini concordati.

Il ministro degli esteri Luigi Di Maio, in visita a giugno nella capitale Mogadiscio, ha confermato il sostegno italiano alla Somalia nonostante da quasi 30 anni il suo governo riceva e sprechi miliardi di dollari offerti dai donatori internazionali, Italia inclusa, destinati ad un “New deal” mai neanche realmente programmato. La Banca Mondiale qualche anno fa ha rivelato che i leader somali intascano 7 dollari ogni dieci che ricevono.

La stessa banca, che è finanziata tramite contributi dei Paesi più ricchi tra cui l’Italia, a maggio ha concesso a titolo di dono 300 milioni di dollari all’Etiopia per riparare i danni provocati della guerra civile che è tuttora in corso e anzi sta coinvolgendo i Paesi vicini.

L’Unione europea invece il 4 luglio ha deliberato di corrispondere 1,3 miliardi di dollari alla Nigeria come contributo alla diversificazione della sua economia. Due giorni prima il governo del Paese, primo produttore di petrolio e prima economia africana, aveva denunciato che solo 132 dei 141 milioni di barili di petrolio prodotti nel primo trimestre del 2022 hanno raggiunto i terminali da cui il greggio viene esportato.

Nove milioni di barili sono stati rubati durante il tragitto dai centri di estrazione ai terminali, con un danno stimato in un miliardo di dollari per le casse dello stato.

Le ong hanno ragione anche su un altro punto. La cooperazione fatta bene va a beneficio di tutti. Ma a parlarne in campagna elettorale il rischio era di non sapere che cosa rispondere a chi domanda se sia lecito e opportuno, tanto più per un Paese con gravi problemi economici e sociali come il nostro, distribuire miliardi senza prima aver provveduto ai bisogni dei propri cittadini e senza verificare meticolosamente l’uso che ne viene fatto.

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