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“Putin non può rilanciare l’offensiva. Zelensky chiude a cessioni di territori? Non guarda in faccia la realtà. Per un negoziato serio l’Italia non basta: servono i pesi massimi”: intervista al generale Tricarico

Putin non può ribaltare la situazione con forze di terra che non ha, né può mobilitarle certificando in Russia che è in mezzo a una guerra che va male”. Mentre c’è ancora molto da fare sul fronte ucraino: “La fornitura di aerei occidentali a questo punto non è da escludere”. Tra gli sconcertati per l’inefficienza della macchina bellica di Mosca c’è sicuramente anche il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e attuale presidente della fondazione Icsa, che sta per Intelligence Culture and Strategic Analysis. Ecco, nonostante le difficoltà russe siano evidenti, Tricarico è anche tra coloro che invitano Kiev a non approfittare di questo per alzare l’asticella ma a guardare con realismo la situazione ed esplorare a fondo i tentativi di pace avanzati dagli alleati, a partire da quello italiano che non sminuisce. “Non siamo certo negoziatori nati, ma una certa esperienza l’abbiamo, se pensiamo all’Alto Adige che guarda a nord anziché a sud e in qualche modo può essere preso a modello per un Donbass sotto controllo russo ma senza impedimenti per gli interessi vitali dell’Ucraina”. Quando dall’opinione generale si passa all’analisi dello strumento militare allora il giudizio si fa impietoso: “Chi come me è cresciuto nel timore della dottrina e della capacità militare di Mosca si è dovuto ricredere, a partire dall’aeronautica cui darei un tre. Anche per questo dico, basta tabù insensati sulla fornitura di aerei”.

Generale Tricarico, partiamo dalla situazione sul campo: che idea si è fatto?
Di un sostanziale stallo nelle operazioni che vedono ogni tanto mutamenti degli equilibri delle operazioni ma non la spallata che possa cambiare le cose. Nessuna delle forze in campo può sperare di avere un risultato pieno, così come se lo augurano.

Zelensky infatti ha di nuovo chiesto fondi e armi per “sconfiggere la Russia”.
Da parte di Zelensky c’è una presa di fiducia dovuta all’aver scoperto che questa Armata Rossa non era poi temibile ed efficace come si pensava. Nelle ultime settimane il presidente ucraino ha alzato l’asticella fino dichiarare voler cacciare dall’Ucraina fino all’ultimo russo. Ma anche questo sembra un obiettivo lontano, quindi anche se è tardi direi che non è mai tardi per un negoziato serio, che non può avere come perno il presidente israeliano, Lula o l’Italia. Devono scendere in campo i pesi massimi, a cominciare dagli Usa.

Cosa pensa del piano di pace italiano?
Zelensky ha chiuso a ogni soluzione che passi per la cessione di territori, ma significa non guardare in faccia la realtà. Ha ragione dal punto di vista dei principi, ma fosse più realista ammetterebbe che probabilmente una parte del Donbass non potrà più rientrare nelle sue totali e incondizionate disponibilità. Potrebbe considerare uno status particolare per queste terre, rispettoso anche dell’etnie russe che in alcune zone sono maggioranza. Noi italiani su questo effettivamente qualcosa di dire lo abbiamo. Basta pensare all’Alto Adige che guarda ancora a nord anziché a sud. Facendo le differenze è in qualche modo assimilabile alle province autonome del Donbass.

Con quali condizioni però?
Con garanzie anche internazionali sul fatto che non sarà inibita alcuna attività vitale per l’Ucraina a iniziare da quelle marittime, dei commerci, dello spostamento della popolazione. Lo dice il buon senso. Del resto i risultati sul terreno oggi non autorizzato nessuno dei due contendenti a sperare in qualcosa più di questo.

Esiste ancora il rischio che Putin lanci un’offensiva in grande stile?
Sì ma non funzionerebbe. L’esercito professionale russo si è dimostrato di qualità molto scadente nel fattore umano/motivazionale, sotto il profilo dottrinario e degli armamenti. A tutto questo bisogna sottrarre le forze decimate che sono rilevanti e il fatto che non possa esserci per loro un ricambio sostanziale. Un criterio giusto è un terzo che combatte, un terzo che si addestra e l’altro che riposa. Nel caso di Putin quasi tutte le forze operative sono state destinate al fronte e raschiare il fondo del barile non significa creare una capacità operativa significativa. C’è anche da considerare come si allargherebbero le crepe che già si vedono nella compagine militare e tra gli oligarchi in caso di estensione della cooptazione per impugnare le armi a vaste fasce di popolazione già ampiamente perplesse.

Le armi occidentali: quali e quando faranno la differenza?
All’inizio della guerra c’è stata la credenza generale, anche degli addetti ai lavori, che l’aiuto da fornire alle forze ucraine fosse relativo a dotazioni che già conoscevano, in uso ai paesi dell’ex Unione Sovietica. E’ stato un errore iniziale, causato forse dalla speranza che tutto potesse finire in poco tempo. Ma da ché si è compreso che le cose vanno per le lunghe forse vale la pena adottare una strategia di aiuto diversa, basata anche su armamenti più sofisticati e moderni per i quali gli ucraini hanno il tempo di familiarizzarsi.

Ad esempio?
Illuminante l’intervista a un pilota di caccia ucraino: ammettendo le difficoltà dei propri mezzi, sosteneva che con F16 americani o similari in due-tre settimane di addestramento le forze aeree ucraine potevano diventarne padrone, e fare la differenza. Bisognerebbe insistere su questo fronte.

Ma i caccia occidentali sono off-limits…
C’è questo equivoco che si trascina dall’inizio: la fornitura di armamenti è assolutamente compatibile con la ricerca di un negoziato, non è vero che dando armi si allontana la pace. Ci si allontana se si smette di premere su Zelensky e Putin per far capir loro che il negoziato è l’unica vera via d’uscita. Ma questo non vuol dire non dargli armi ma continuare a fornirle proprio per convincerli che non c’è altra via d’uscita. E se servono gli aerei, mi devono spiegare perché un razzo contro carro sì e un caccia no.

Insistiamo, visto che lei è uomo di volo: c’è questo veto trasversale alla fornitura di aerei perché verrebbe assimilato all’entrata in guerra della Nato.
Nel momento in cui si arma una parte non c’è più alcun discrimine basato su un sistema d’arma piuttosto che un altro. Come non ci sono armi offensive e difensive. Una volta che si è deciso di sostenere gli ucraini si è assunta una posizione che prescinde dal fatto che fornisci obici o aeroplani. L’assunto per cui gli aeroplani innescano un salto di qualità è in realtà un salto logico.

Come l’incapacità dei russi a sfruttare la superiorità aerea ancora oggi?
L’aeronautica russa ha combattuto una guerra come se si fosse trovata una generazione addietro. Noi osservatori siamo rimasti stupiti all’inizio, poi abbiamo capito che la dottrina di impiego delle forze aeree è assolutamente fuori contesto, irrazionale e a dir poco inefficace. Sono emerse errate concezioni di utilizzo del potere aereo e l’indisponibilità quasi totale di armamento con guida di precisione. Se dovessi dare un voto all’aeronautica darei un tre. Non si è vista e quel che si è visto è che dove è intervenuta ha fatto molti danni colpendo obiettivi non legittimi. Purtroppo c’è da ritenere deliberatamente colpiti, e altri non colpiti anche per imperizia e per errato calcolo.

Insomma, l’intelligence ha fallito nel fornire informazioni. L’esercito arranca perché fatto di militari senza esperienza, demotivati ​​e poco addestrati. La flotta navale è stata umiliata, l’ aeronautica ha fallito… Cosa pensa oggi della “superpotenza” bellica russa?
Da giovani siamo cresciuti nella certezza che la Russia avesse un esercito inarrestabile. Una minaccia per l’Occidente. L’F104, questo aeroplano che sembra un missile, nasce negli anni Cinquanta come risposta immediata, velocissima, perché da un giorno all’altro poteva materializzarsi una minaccia aerea e bisogna avere i mezzi più rapidi possibile. Evidentemente anche noi, non solo Putin, avevamo sovrastimato le capacità dello strumento militare russo.

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