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Referendum. Una riforma buona e giusta

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Il 12 giugno si andrà a votare sulla giustizia. “La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”, recita l’articolo 75 al comma 4 della Costituzione. Quello che appunto disciplina l’istituto referendario. Con questo non si può proporre l’approvazione di nuove leggi ma se ne può cancellare in tutto in parte il contenuto per quelle che già ci sono. A condizione che il quesito sia preventivamente approvato dalla Corte Costituzionale. Infatti sono stati bocciati tre degli otto referendum proposti.

Ma se non si recherà alle urne la maggioranza degli elettori il referendum sarà invalido. Anche se vi avranno partecipato 25.477.970 elettori che però non sono la maggioranza del corpo elettorale stando ai dati del settembre 2020. Tutto sarà stato praticamente inutile. Bene si dà il caso che almeno 15-16 milioni di elettori decidano sempre di disertare le urne. Il perché sono fatti loro. Ma tant’è. Basterà allora che altri 11 milioni di elettori contrari alla cancellazione della legge -e che magari avrebbero sicuramente votato- stiano a casa. Quegli 11 milioni vinceranno sui 25 che avranno votato.

Ecco perché il dibattito langue. Che nessuno sappia. E che nessuno voti.

Si parla tanto di riforme costituzionali. Ne basterebbe una. Cancellare 71 caratteri spazi inclusi (per l’esattezza l’espressione “se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e”) dal comma 4 dell’articolo 75. Ed il referendum sarebbe sempre valido qualsiasi sia il numero dei partecipanti. Allora sì che vi sarebbero dibattito ed affluenza. E già che siamo perché non cancellare altri 79 caratteri? Quelli che al comma 2 precludono la possibilità di abrogare coi referendum leggi tributarie, di bilancio, e di autorizzazione a ratificare trattati internazionali? Assieme ai 71 di prima fanno 150 caratteri. Meno di un tweet. E l’elettore torna davvero sovrano.

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