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Se l’Erasmus ha creato una generazione di egomostri

Lo ripeto da tempo. L’Erasmus non è altro che il volto trendy e accattivante della delocalizzazione permanente e dell’espatrio forzato a cui il capitale condanna i popoli del pianeta. L’uomo-merce della civiltà dell’Erasmus circola onnidirezionalmente in nome del capitale per le lande desolate del mondo abbassato a mercato senza confini e, dunque, senza nulla che gli sia esterno.

Think tanks neoliberisti, business schools con uso esclusivo della lingua inglese e Università dei campus ridefinite come avamposti del pensiero unico di sostegno degli squilibri di classe realmente esistenti ed esse stesse collegate con le principali istituzioni sovranazionali del sistema finanziario (dalla Bocconi di Milano alla London School): eccoli, i luoghi della formazione mercificata e ridotta ad azienda cognitiva e a fucina della forma mentis globalista per i giovani membri della generazione Erasmus. Con un giuoco di parole fondato sull’ambivalenza della parola tank, si potrebbe affermare che i “pensatoi” (think tank) neoliberisti sono i “carri armati” (tanks) del pensiero unico politicamente corretto ed eticamente corrotto.
Essi educano a combattere fieramente contro i simboli della propria tradizione e contro le immagini della loro civiltà storica per aderire con baldanzosa euforia alle icone della civiltà a forma di merce e agli stili anticonformistici imposti dal conformismo del consumo. Avamposti della postmodernizzazione delle coscienze, i campus universitari occidentali business-friendly propalano come unica ideologia il liberismo sans frontières. Appellano surrettiziamente “formazione” la produzione seriale di “misologi”, gli spregiatori del λόγος evocati da Platone, propensi solo a ripetere in modo irriflesso l’ordine del discorso dominante. Diffondono a reti unificate quello che Joel Kotkin ha definito come l’odierno gentry liberalism, il liberalismo per ceti agiati, funzionale al dominio della ruling class e glorificato dalle sinistre postmoderne di completamento. Come il protagonista di Modern Times di Chaplin non è più libero di liberarsi dai movimenti automatizzati della produzione, così l’uomo proiettato nel nuovo ordine mondiale non può affrancarsi dagli automatismi del pensiero unico politicamente corretto.

Animata dall’anarchismo postmoderno del desiderio illimitato e del capriccio senza misura, l’Erasmus generation trova la propria figura antropologica di riferimento nell’homo novus cittadino del mondo (cioè privato di ogni cittadinanza), ovunque a casa (cioè privato di ogni fissa dimora), radicato ugualmente in ogni luogo (cioè privato di ogni radicamento), dotato di open mind (cioè privo di una propria identità culturale e, dunque, “aperto” a tutte quelle che il sistema del consumo vorrà imporgli).
Con la sua adolescenza a scadenza illimitata, l’Erasmus Generation dei teenagers cosmopoliti in “vacanza-studio” permanente, è la nuova soggettività ideale del turbocapitalismo assoluto e flessibile, liquido e finanziario: essa consta di una moltitudine di servi ideali della mondializzazione, che vivono con incoscienza felice i processi di omogeneizzazione monoculturale cosmopolitica e che sono dominati nella struttura e nella superstrutttura, giacché amano il mondo in cui sono servi.
Più precisamente, la generazione Erasmus è la prima, dal 1945 a oggi, a essere disintegrata nella struttura e integrata nella superstruttura: disintegrata nella struttura, giacché condannata alle aspettative decrescenti connesse con il lavoro precarizzato e supersfruttato e con la marginalizzazione rispetto a ogni ambito sociale e politico.

Cupe e poco edificanti sono, a rigore, le “prospettive economiche per i nostri nipoti”, secondo il titolo dell’opera del 1930 di Keynes (Economic Possibilities for our Grandchildren). Sconosciuta a qualsiasi precedente fase del capitalismo è la nuova figura del giovane NEET, acronimo che sta per Not in Employment, Education or Training e che allude a quella popolosa galassia di giovani dal progetto di vita negato, che non lavorano, non studiano e non sono impegnati in alcun percorso formativo.
La generazione dell’Erasmus è, poi, integrata nella superstruttura, perché indotta non già a ribellarsi contro la società a forma di merce che la condanna a un destino di supersfruttamento e di futuro assente, bensì a viverla con ebete euforia come il migliore dei mondi possibili (quando non come il solo), con i suoi comodi sogni reificati a buon mercato.
Se la generazione del Sessantotto soffriva per via del conflitto irrisolto tra sogno e realtà, l’Erasmus generation patisce per via dell’assenza di sogno: il marxiano sogno di una cosa è stato spodestato dal reificato sogno delle cose che la società a forma di merce quotidianamente genera e rottama.

Sotto il cielo del mondo post-1989 vi sarebbe, di fatto, un grado di alienazione e di miseria tale da giustificare l’esplosione di dieci rivoluzioni come quella francese. E, invece, la rabbia non divampa, vuoi perché resta imprigionata nell’antro delle coscienze individuali dal legame sociale spezzato, vuoi perché prevale la tonalità emotiva della disincantata rassegnazione, vuoi, ancora, perché serpeggia a ogni latitudine sociale una sorta di incantesimo feticistico, che induce i nuovi sudditi, ossia i consumatori, a vivere con entusiasmo la loro quotidiana lotta per la sopravvivenza. Ciò, peraltro, costituisce una potente smentita del teorema delle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel, secondo cui “la giovinezza è sempre scontenta”: la generazione Erasmus, precarizzata e senza futuro, ma con movida e godimento garantiti, non rivela scontentezza di sorta rispetto all’ordine vigente.

L’ideale della città futura progettata dalla passione della ragione e attuata dall’impegno della prassi politica è spodestata dalla filosofia del divertimento permanente come stile di vita e di consumo, dall’ideologia del je suis en terrasse, della festa ininterrotta per giovani che si pensano tali in eterno e che sono integralmente colonizzati, con le parole di Pasolini, da “un neo-edonismo completamente materialistico e laico” che è la base del nuovo potere permissivo e consumista: “la sua repressività non è arcaicamente poliziesca”, ma anzi “ricorre a una falsa permissività”.

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